Resto qui

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“Non sai niente di me, eppure sai tanto perché sei mia figlia. L’odore della pelle, il calore del fiato, i nervi tesi, te li ho dati io. Dunque ti parlerò come a chi mi ha visto dentro.”

La Prima Guerra Mondiale è terminata, il trattato di Saint Germain porta per il Regno d’Italia dei nuovi territori: il Trentino, il Sud Tirolo e Trieste.

Il Sud Tirolo verrà ormai chiamato Alto Adige, a causa dei nuovi toponimi dati da un giovane fascista chiamato Ettore Tolomei. Comincia così un calvario per una popolazione che non è mai stata italiana e non si è mai sentita come tale e che non sa parlare quella lingua. I sudtirolesi sono le prime vittime dell’ottusità del fascismo. Quel partito toglierà loro il diritto al proprio nome, alla propria lingua e alla propria casa.

Ho letto tanti libri su questa parte di storia a me così vicina, e “Resto qui” di Balzano è insieme a “Eva dorme” uno dei libri migliori scritti sull’argomento. È facile, per noi della zona, cadere in polemiche e discussioni agitate. L’italianizzazione forzata è un tema che ancora oggi fa soffrire, come il monumento davanti al tribunale di Bolzano dove si legge che gli italiani sono venuti a portare la cultura in una terra di barbari.

Grazie a questo libro tra romanzo epistolare e memoria seguiamo Trina nella sua vita, da giovane ragazza con il desiderio di diventare maestra a donna e madre di famiglia, che per amore decide di seguire il suo uomo sui monti al confine con la Svizzera per sfuggire ai soldati.

Trina nasce a Graun im Vinschgau, ossia Curon in Venosta e sogna insieme alle sue amiche di poter diventare maestra. Imparano anche l’italiano per poter passare il concorso, ma il Regno d’Italia manda ad insegnare degli “analfabeti siciliani” pur di non dare il posto da maestra ad una delle ragazze. È allora che Trina decide di insegnare nelle “Katokombenschule”, scuole clandestine nascoste nelle stubi dei masi o nelle parrocchie. D’estate è più facile nascondersi dai carabinieri, si studia nei prati della Val Venosta. Il pericolo di venire scoperte è sempre presente, e con il passare degli anni i fascisti diventano sempre più severi con quel popolo che non vuole farsi italiano, nonostante il fatto che il loro masi vengano venduti ad altre famiglie provenienti dal resto dello stivale ma che non parlano la loro lingua e non conoscono quelle montagne che sono la loro casa. La migliore amica di Trina viene scoperta mentre insegnava il tedesco ai bambini e per questo viene mandata al confino a Lipari, un posto bellissimo sì, ma che non ha niente a che vedere con il paese dove è nata, insieme a gente che non conosce, ad una lingua che le è estranea.

La vita a Curon però va avanti, anche quando arrivano degli ingegneri italiani e discutono se fare una diga. Una diga così grande che sommergerebbe tutto, ma non Curon, non quei paesi. Solamente il marito di Trina si fa tradurre dall’italiano al tedesco i cartelli appesi e comincia a cercare di convincere gli uomini del paese che i fascisti, gli italiani, vogliono sommergere tutto, annegare i prati e le loro case con l’acqua del fiume. Nessuno lo ascolta.

Nel frattempo Trina diventa mamma due volte, prima di un maschietto, Michael, e di una femminuccia: Marica.

Marica ha dieci anni quando in una notte scompare e con lei gli zii della Germania. Trina, Erich suo marito e Michael viaggiano in lungo e in largo urlando il nome della ragazza, ma ormai lo hanno capito, Marica non c’è più, se ne è andata insieme agli zii spezzando il cuore alla sua famiglia. Oltre alla disperazione per la figlia torna la politica a far discutere. Hitler e Mussolini fanno un accordo, ai sudtirolesi viene data una scelta: rimanere in Sudtirolo e diventare a tutti gli effetti italiani, o andarsene nelle terre del Reich e tornare alla patria tedesca. La propaganda è terribile, si mostrano foto di masi del Tirolo, nessuno sa che finirà in Boemia e che non è detto che si riceverà un maso. Ma cosa fare? Decidere di rimanere e così venire per sempre perseguitati a causa della propria identità o lasciare la terra, il paese e le montagne dove i propri genitori e i quelli prima di loro hanno vissuto e dove sono sepolti? La popolazione si divide: da un lato gli “Optanten” quelli che optano per andare nel Reich, e dall’altro i “Dableiber”, quelli che rimangano. Trina ed Erich decidono di rimanere, Curon è casa loro. E il progetto della diga incombe.

Intanto scoppia la guerra e gli uomini se ne devono andare. Quando Erich torna perché ferito, decide di disertare e Trina va con lui. Nel pieno dell’inverno si inerpicano su montagne innevate ma trovano un rifugio con altre persone che si nascondono dai soldati.

Alla fine della guerra Trina ed Erich tornano in paese, l’Italia è diventata una Repubblica e la Montecatini ha deciso di portare a termine il progetto lasciato da parte fino adesso: la diga verrà costruita. A niente servirà l’intervento del vescovo e di tutta la comunità che finalmente hanno cominciato ad ascoltare i moniti di Trina ed Erich. Tutto sarà inutile, Curon e Resia verranno sommersi.  Se ne vanno tutti dalla valle, è troppo difficile vedere i propri prati venire sommersi da quell’acqua fredda. Tutti tranne Trina ed Erich. Rimangono nelle casupole costruite dalla Montecatini come indennizzo. Piccole scatolette che non hanno niente a che vedere con i loro masi perduti. Trina si aggrappa alle parole scritte per la figlia e racconta di una lotta civile, una lotta per la propria storia e terra, ma che non ha avuto ascolto.

“Ci avessero domandato quel giorno qual era il nostro desiderio più grande, avremmo risposto che era continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità da dove i giovani erano scappati e tante soldati più tornati. Senza voler sapere niente del futuro e senza nessun’altra certezza. Solo restare”

Conosco bene Resia perché passavamo per il passo quando dalla mia valle nel Trentino andavamo a trovare il resto della famiglia in Svizzera. Mia nonna non ha mai voluto che ci facessimo foto davanti a qual campanile, da bambina non capivo, sembrava quasi un posto fatato come il Rosengarten di Re Laurino. Ne abbiamo solo una, io e lei insieme, io sorrido, ignara della storia dietro di me, mia nonna è serissima negli occhi una tristezza indicibile. Ricordo ancora quando mi diceva che il campanile davanti a me non era opera delle fate e che per questo non era una storia felice, che erano stati delle persone a sommergere quelle case e che solamente il campanile si ergeva serio e indomito, un monito alla follia degli uomini.

“Ricorda nipotina, a volte di sera si sentono lontane le campane del campanile suonare, suonano per le anime e i morti di Resia”.

“Resto qui” è un libro che tocca il cuore, e per questo l’ho regalato a mia nonna (anche lei amante della storia locale) e a mia mamma. Trina è la protagonista di questa storia e ci parla soprattutto da donna a donna. È un romanzo civile, che ci insegna a non arrendersi mai, anche se tutto è perduto. Ci racconta una storia con delicatezza e profondità. Trina è come mia nonna, sono entrambe donne che di primo acchito sembrano fragili ma che in sé nascondono una bellezza e una forza senza pari, sono come i miei fuori preferiti che crescono addirittura a quasi duemila metri di altezza: i nontiscordardime. Ogni volta che viene nominata l’autonomia della mia Regione, ogni volta che si passa per Resia non ci dobbiamo scordare delle persone che hanno dovuto andarsene, abbandonando la loro storia e la loro casa.

 

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