Il ragazzo selvatico

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Inizio questo blog perché al termine di questo libro avevo così tanto da dire che Instagram non mi bastava più. Dopo tanto rimuginare ho lasciato perdere l’idea di fare dei video visto il mio panico da palcoscenico e l’idea del blog era sì molto più laboriosa, ma anche quella a me più vicina. Spero vi piaccia.


Ormai Paolo Cognetti non ha più bisogno di presentazioni e grazie al suo libro vincitore del premio Strega “Le otto montagne” (di cui ve ne ho già parlato precedentemente) sto leggendo piano piano tutti i suoi romanzi che parlano di un paesaggio che mi porto dentro: le montagne. Come potevo dunque non leggere “il ragazzo selvatico”?

Io non so voi, ma già abito in montagna e quando ero piccola mi mandavano in campeggio con la parrocchia in una malga. Tutti che si lamentano di quanto puzzi la cacca di mucca…è perché nessuna non vi ha fatto la pipì praticamente addosso!

Abituata quindi nel vivere la montagna fin dalla nascita ho voluto leggere un libro dove questa ne fosse la protagonista. Devo ammettere che molto spesso non ero d’accordo con le riflessioni che fa Cognetti in quelle pagine, ma lo ero molto di più con la persona e le idee di Remigio. Io conto tra le persone che hanno dovuto lasciare, quelle montagne così vicine, quei paesi così piccoli per conoscere sé stessi, per essere liberi e per capire che quelle montagne non ci lasceranno mai.

Ho deciso di parlarvi del quaderno di montagna di Cognetti “ragazzo selvatico” perché pur essendo abbastanza corto (meno di 100 pagine) dà diversi imput di riflessione.

Cognetti scrive queste pagine durante alcuni mesi passati in una baita a 2000 metri, lontana da tutto e da tutti. Decide di andarsene dalla città e di rifugiarsi in montagna in un momento della sua vita dove non solo soffre come persona ma soprattutto come scrittore.

In queste pagine del quaderno di montagna racconta le sue giornate, la fatica nel dormire, le persone che incontra soprattutto nel periodo dell’alpeggio.

Io ho scoperto Cognetti quest’anno grazie a “le otto montagne” e pur amando con tutto il cuore i suoi libri spesso non sono d’accordo con lui riguardo diverse idee che ha sulle montagne e la vita delle persone che vi abitano.

Mi sono ritrovata invece ad avere una grande affinità a volte inquietante con il suo amico Remigio. Poi vi spiegherò perché.

Cognetti nasce in città e vive le vette altissime della Val d’Aosta e del Piemonte solamente in estate. Io invece ci sono nata nelle montagne (più basse) del Trentino. Mi svegliava il cuculo, la volpe mi ha pure mangiato il gatto e la neve mi accompagnava a prendere il bus per andare in città a studiare.

Cognetti racconta di una montagna selvaggia dove per lui persino un orto è un’offesa alla libertà della natura.

Le montagne invece ora ci appaiono così come sono in Europa perché sono state abitate per secoli e invece di tanti boschi come adesso vi erano alpeggi. Come Remigio io soffro per l’abbandono di quei paesi dove c’erano negozi, poste e scuole che orano sono chiusi. Quando le persone se ne vanno, arrivano gli alberi a riprendersi quello che c’era, avanzano inesorabili. Metro dopo metro ricoprono tutto.

Come Remigio soffro per i nomi che verranno dimenticati, quelli che non esistono nei libri catastali, ma che vengono tramandati da generazione e generazione. Se noi ce ne andiamo, chi se li ricorderà?

E come Remigio ho imparato l’italiano, quello dei libri e dei pensatori perché le parole dialettali sono precisissime per tutto quello che riguarda la natura, la montagna, gli animali e gli orti, ma manca di sfumature per l’animo umano. Forse quel che rimane dei montanari siamo noi, figli di mezzo che parliamo italiano per parlare di noi e dialetto per parlare di casa nostra.

“Così come Remigio, che da ragazzo gioiva delle parole nuove, ora soffriva per le parole perdute, come i ruderi che incontravamo salendo”.

Cognetti mi parla di storie, animali e paesaggi con cui sono cresciuta e che mi porto dentro. I camosci, i ghiacciai, le mulattiere e le marmotte che fischiano nascondendosi nelle loro tane. Tuttavia lo facciamo con due punti di vista molto diversi.

Mi piace pensare tuttavia, che se dovessi mai riuscire ad incontrare Cognetti, per un qualche caso fortuito o allineamento di pianeti, potremmo parlare del nostro amore per quelle vette e per i pini mughi. Mi potrebbe raccontare dell’Himalaya che conosco solamente attraverso i libri di Reinhold Messner e forse potrei parlare della commozione che provo ogni volta che ho l´Enrosadira davanti ai miei occhi, quando penso che sia Re Laurino a salutarmi e darmi il bentornato a casa.

 

“Ho trovato il più coraggioso degli alberi a 2.500 metri, un arbusto di pino cembro cresciuto in una minuscola cengia, che lo proteggeva dal vento e gli raccoglieva un po’ d’acqua dal cielo. Mi è sembrato di avere scoperto un tempio segreto, e devo aver detto qualcosa di simile ad una preghiera”.

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